La Collezioni Comunali d’Arte sono ospitate al secondo piano di Palazzo d’Accursio, a Bologna.
Le collezioni comprendono: 250 dipinti, dall’arte medievale ai giorni nostri, che documentano un processo artistico vivo e fertile; oggetti d’arte; mobili; porcellane; tessuti; pizzi; ricami; miniature e importanti crocefissi lignei medievali provenienti dalle chiese del territorio Bolognese.

Jacopo di Paolo
Annunciazione, 1385/1395

Il committente, raffigurato in basso a sinistra, è Jacopo di Matteo Bianchetti (m. 1405), archivista della Camera degli Atti posta nell’attuale Palazzo Re Enzo, per la quale quest’opera fu eseguita. L’iconografia rievoca un’immagine assai venerata presso la Chiesa della Santissima Annunziata di Firenze. Jacopo di Paolo, la cui firma può facilmente essere letta alla base della tavola (accanto al nome del committente, oggi quasi illeggibile), fu personaggio di grande rilevanza nell’ambiente bolognese di fine Trecento. Investito di cariche civili di prestigio, fu coinvolto come progettista, architetto e pittore nel cantiere di San Petronio e nella costruzione del campanile della cattedrale di San Pietro (1426). In questo dipinto l’artista mostra di seguire la più rigida tendenza ‘neogiottesca’, costruendo le figure – che paiono scolpite nel marmo più che dipinte – con ampi volumi e solide cubature.

Francesco Raibolini detto il Francia
Crocifisso coi Santi Giovanni Evangelista e Girolamo

La datazione, controversa, oscilla tra il 1485 e il 1490; rimane comunque una delle opere più antiche che ci siano pervenute del Francia. Era di proprietà dell’umanista bolognese Bartolomeo Bianchini, di cui Francia dipinse anche un ritratto (Londra, National Gallery). È un’opera chiave per capire gli inizi dell’artista, influenzato tanto dalla pittura veneta (nella vasta zona riservata al paesaggio) quanto da quella toscana (nei contorni incisi e ben definiti). Se i panneggi dei santi sono ancora relativamente rigidi, nella figura e nel volto del Cristo si avverte già quella morbidezza che negli anni successivi sarà uno dei tratti distintivi dell’arte di Francia.

Giuseppe Maria Crespi, detto lo Spagnolo
Ritratto del Cardinale Prospero Lambertini, 1739 o 1740

Nel 1739, Crespi eseguì un grande ritratto del Cardinale Lambertini, arcivescovo di Bologna; l’anno seguente, dopo che il prelato era diventato Papa Benedetto XIV, ne dovette modificare l’abito, aggiungendo le insegne pontificali. Di quest’opera, oggi alla Pinacoteca Vaticana, la tela qui esposta – che mostra l’effigiato ancora nelle vesti cardinalizie – costituisce o un bozzetto preparatorio oppure, vista la stesura abbastanza finita, un ricordo del dipinto nello stato originale. Nonostante abbia tutti i requisiti del ritratto di corte – l’abito ufficiale, la posizione in piedi davanti alla scrivania, il motivo regale della tenda rossa – l’opera ha un tono di cordialità e vivace immediatezza che è dovuto da un lato all’esecuzione sciolta, informale, ma dall’altro sicuramente anche al rapporto confidenziale tra il modello e l’artista.

Donato Creti (Cremona, 1671-Bologna, 1749)
Mercurio dà a Paride la mela d’oro
acquisizione: eredità Collina Sbaraglia al Senato, 1744

Si tratta di quattro serie (quattro storie di Achille, quattro tondi con le Virtù, otto sovrapporte monocrome, due storie di Mercurio) che con il San Francesco Saverio e i due modelli per il monumento Collina Sbaraglia costituiscono il più ricco ed omogeneo gruppo di dipinti di Donato Creti esistente in un solo museo.
Il soggetto di questo dipinto è collegato alla serie di Achille dal suo riferimento alla guerra di Troia. Mercurio consegna la mela d’oro al pastore Paride perché la dia in premio a Venere, Minerva o Giunone. Questo fatto determinerà il ratto di Elena e farà scoppiare la guerra tra Greci e Troiani. La composizione è un esempio notevole della capacità di Creti di rielaborare una fonte nota: la posa di Paride deriva dal Sansone di Guido Reni. Creti intendeva questa citazione come mezzo per valutare i suoi risultati. Sia il dipinto di Creti sia quello di Reni furono esposti insieme in questo palazzo dal 1745 all’arrivo di Napoleone, nel 1796.

Francesco Hayez (Venezia, 1791-Milano, 1882)
Ruth
olio su tela

Il celebre dipinto, realizzato nel 1835, è a buon diritto ritenuto uno dei capolavori della maturità dell’artista veneziano che interpreta il soggetto biblico, accentuandone la bellezza sensuale, velata di malinconia, dando vita ad un ideale di perfezione perseguita con maggior intensità a partire dagli anni Quaranta con un’adesione alla ricerca puristica della forma che si alimenta anche di dettagli naturalistici.
Il pittore perviene anche in questo caso ad una gamma cromatica rarefatta, basata sulle sottili variazioni delle tinte dalla sabbia ai terra, facendo risaltare il corpo provocane della spigolatrice sullo sfondo di un paesaggio in dissolvenza.

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