Il Museo Civico Medievale di Bologna illumina i visitatori sulla storia della città, spesso turbolenta. L’affascinante collezione di statue di bronzo, armature, manufatti, libri miniati e tombe monumentali si trova all’interno del palazzo Ghisilardi-Fava, graziosamente affrescato.

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Jean Boulogne, detto Giambologna (Douai, 1529- Firenze, 1608)
Nettuno
Bronzo, patina marrone scuro

Al centro della sala dei bronzi del Museo Medievale è visibile una celebre opera eseguita dallo scultore fiammingo Jean de Boulogne, noto come Giambologna, attivo per lunghi anni con la sua bottega a Firenze, ma con soggiorni bolognesi per lavorare alla celebre fontana di piazza, il Nettuno, voluta dal vice-Legato pontificio, il Cardinale Pier Donato Cesi, vescovo di Narni, nell’ambito di un processo di rinnovamento artistico cittadino. I lavori si protrassero, con alterne vicende, fino al 16 dicembre 1566, quando la statua venne “tirata sopra la fontana per forza d’argani”. Il Nettuno esposto è uno dei bozzetti preparatori modellati dall’artista per la grande scultura, identificato a Vienna e ricondotto a Bologna dal generale Luigi Ferdinando Marsili nel 1711. Esercizio di ardito virtuosismo, il nostro bronzetto presenta un artificioso risalto delle parti anatomiche e una minuziosa resa descrittiva. Nel modo di affrontare l’espressione del volto, concentrato e dalla forte tensione morale, è evidente l’omaggio tributato alla statuaria michelangiolesca, soprattutto al Mosè in San Pietro in Vincoli a Roma.

Iacobello (Venezia, ca. 1350 – 1409) e Pier Paolo dalle Masegne (Venezia, 1386 – 1403 ca.)
Frammento dell’arca di Giovanni da Legnano
Marmo

Si tratta del rilievo rilievo figurato con studenti intenti ad ascoltare la lezione del maestro, esposto al museo insieme ai pochi elementi superstiti che componevano l’arca monumentale del celebre giurista Giovanni da Legnano, in origine collocata presso la chiesa di San Domenico. I frammenti conservati raffigurano inoltre una lastra con lo stemma Legnani, presumibilmente collocata nella fiancata del sarcofago, e l’iscrizione posta tra due armi della stessa famiglia con la data di morte del dottore, avvenuta nel 1383. Nell’iscrizione compaiono i nomi degli autori dell’opera, i due scultori veneziani Pier Paolo e Iacobello Dalle Masegne, fautori di una fiorente bottega impegnata nei maggiori cantieri pubblici veneziani e bolognesi. In realtà il monumento è stato attribuito per ragioni stilistiche al solo Pier Paolo, l’iscrizione con entrambi i nomi è quindi da leggersi come riferimento alla bottega gestita da entrambi i fratelli.

Scultore bolognese attivo nella metà del sec. XIV
Arca di Giovanni d’Andrea
arenaria

Tra le opere meglio conservate nella propria interezza si distingue l’arca di Giovanni d’Andrea, famoso canonista, morto durante la grande peste del 1348. L’opera era originariamente collocata nel transetto sinistro della chiesa bolognese di San Domenico, ordine al quale era particolarmente legato il maestro bolognese come dimostra la rappresentazione in veste domenicana del gisant sulla copertura del sarcofago. Giovanni d’Andrea è inoltre raffigurato nel fronte dell’arca, nella dignità professionale del maestro che insegna a due schiere di allievi colti nei più disparati atteggiamenti. L’opera attribuita da Giorgio Vasari allo scultore veneto Jacopo Lanfrani si caratterizza per l’affinità con la pittura locale coeva, dotata di una forte espressività e movimento, grazie all’uso delle linee oblique ben visibili nelle formelle con gli studenti.

Bassa Sassonia o regione mosana, sec. XIII
Acquamanile
bronzo

Nella sala è conservata una delle opere più prestigiose della collezione, un acquamanile bronzeo proveniente dalle regioni renane, che raffigura un cavaliere. Questi oggetti, che svolgevano la funzione di versatoi, non solo venivano utilizzati quotidianamente durante i banchetti, ma anche nella liturgia della messa, quando nella parte finale dell’Eucarestia il sacerdote si purificava le mani. Infatti, venivano utilizzati sia per la lavanda delle mani nella liturgia cattolica, che nei banchetti della nobiltà. L’anatomia portentosa e l’eloquenza del cavallo richiamano le novità naturalistiche gotiche, in tal senso è interessante notare i dettagli dell’equipaggiamento militare caratteristico del terzo quarto del XIII secolo. La tipologia dell’opera richiama quelle di analogo soggetto conservate presso i musei di Firenze, Londra, Oslo, Amsterdam, Copenhagen.

Manno di Bandini da Siena (doc. a Bologna dal 1287 al 1316)
Bonifacio VIII
Rame battuto e dorato, bronzo fuso con anima di legno

La statua di Bonifacio VIII fu eretta nel 1301 sulla facciata del Palazzo Pubblico per volere del Consiglio del popolo, a testimonianza di un energico intervento di pacificazione del pontefice. Quest’ultimo, infatti, aveva determinato la fine della lotta che Bologna stava portando avanti contro Ferrara, per il controllo dei castelli di Bazzano e Savignano. In realtà, il progetto iniziale prevedeva l’erezione di ben tre statue: quella di Bonifacio VIII affiancata da quella di Carlo d’Angiò e del Capitano del popolo. In seguito si decise di realizzare solo quella del pontefice, non più in marmo, ma in lastre dorate su anima di legno. La monumentale opera fu realizzata dall’orefice Manno di Bandini da Siena, documentato a Bologna dal 1287 fino al 1316. La sua sfolgorante sontuosità, impreziosita da decorazioni traslucide ora scomparse, dovette contribuire ad esaltare gli effetti di suggestione iconica, al servizio di quel progetto teocratico che attirò al pontefice l’accusa di eresia da parte del re di Francia Filippo il Bello, suo irriducibile rivale.

Manifattura inglese, primo quarto del sec. XIV
Piviale ricamato (opus anglicanum)
Seta policroma su tela di lino

Il prezioso piviale, di manifattura inglese, proviene dalla chiesa di San Domenico. Si tratta di un indumento liturgico indossato da alti prelati o pontefici, come attesta la pregiata decorazione eseguita con fili di seta colorata e filo ricoperto di sottile lamine in oro e argento.
Questo tipo di ricamo prodotto in Inghilterra e diffuso in tutta l’Europa medievale, si basava su di una tecnica molto elaborata denominata “pittura ad ago”. Il piviale è decorato con le Storie di Cristo e della Vergine suddivise su un doppio ordine, intervallate da due strette corone semicircolari che racchiudono teste di santi. La narrazione si sviluppa all’interno di architetture ogivali, che scandiscono la successione degli episodi. Nell’ultimo riquadro della fascia inferiore è raffigurato il Martirio di Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury ucciso per ordine del re d’Inghilterra, Enrico II, per essersi opposto al suo potere. É chiara la volontà del committente di alludere alla Chiesa trionfante sul mondo, grazie al martirio di un suo discepolo e al riconoscimento dell’autorità del papa su quella del sovrano. Il piviale venne probabilmente donato da papa Benedetto XI ai confratelli di San Domenico, durante il suo breve pontificato (1303-1304).

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