Il Museo del Patrimonio Industriale documenta, visualizza e divulga la storia economico-produttiva della città e del suo territorio dall’Età Moderna a quella Contemporanea.
Collocato nella prima periferia (mappa), ha come suggestiva sede una fornace da laterizi ristrutturata risalente alla seconda metà del secolo XIX.

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Modello di mulino da seta alla bolognese, anni 1980
Museo del Patrimonio Industriale, Archivio Fotografico

Il modello funzionante in scala 1:2 di mulino da seta alla bolognese, ricostruito dal Museo, recupera la memoria di questa macchina straordinaria andata perduta nell’Ottocento e che rappresentava il punto più alto della tecnologia europea prima della Rivoluzione industriale. Infatti, fin dal XV secolo Bologna è stata leader nella produzione serica grazie a innovazioni tecnologiche e di processo che ne hanno determinato l’affermazione a livello internazionale.
Nei mulini, dislocati nella zona nord-occidentale della città, si meccanizzava parte del processo di lavorazione della seta e in particolare l’incannatura del filo, cioè il passaggio da rocchetti ad aspi, e la sua torcitura, vale a dire l’unione di più fili per rinforzare la fibra di seta.
La lavorazione della seta avveniva dentro le mura e l’intero processo era gestito da mercanti-imprenditori. Le contrattazioni per l’acquisto dei bozzoli avvenivano nell’attuale Piazza Galvani, mentre diversi erano i modi di produzione utilizzati nelle altre fasi del ciclo di lavorazione: c’erano manifatture per la trattura del filo; il sistema di fabbrica nei mulini da seta; il lavoro di tessitura a domicilio svolto da centinaia di donne; la bottega artigiana per la rifinitura del prodotto.

Modello di macchina a vapore, 1823
Museo del Patrimonio Industriale, Archivio Fotografico

Il modello, costruito da Carlo Grindel, tecnico del Regio Osservatorio Astronomico di Milano nel 1823 su indicazione di Giovanni Aldini, riproduce l’oggetto simbolo della Rivoluzione Industriale: la macchina a vapore di Watt.
Agli inizi del XIX secolo, Bologna scontava un ritardo tecnologico notevole sulle novità d’oltralpe che stavano determinando, insieme alla fine dell’antico setificio, lo sconvolgimento degli assetti produttivi della città. Nel biennio 1818-’19 Giovanni Aldini, fisico sperimentale, intraprese un lungo viaggio che lo portò a visitare le realtà più sviluppate d’Europa: dalle università ai laboratori sino alle imprese più moderne.
Aldini nel corso della sua vita raccolse una collezione di oltre 500 pezzi tra strumenti scientifici, apparecchi e modelli che lasciò poi al Comune di Bologna al fine di creare un gabinetto di scienze applicate che, dopo una fase di sperimentazione e di assetto, diventerà l’Istituto Tecnico Aldini Valeriani.

Motobicicletta G.D Stella 125 cc., 1923
Museo del Patrimonio Industriale, Archivio Fotografico

La casa motociclistica G.D fu fondata nel 1923 dall’avvocato Mario Ghirardi e dall’ingegnere Guido Dall’Oglio, un tecnico in grado di realizzare, tra i primi a Bologna, un motore che la nuova ditta costruì in proprio senza ricorrere alla produzione straniera, come ad esempio la tedesca DKW.
In quell’epoca pionieristica, in cui l’agonismo era un traino indispensabile per l’affermazione commerciale precedendo spesso la costruzione dei modelli destinati alla vendita, la G.D si distinse nella cilindrata 125 gareggiando in Italia ma anche all’estero. Negli anni ’20, insieme all’altra casa motociclistica bolognese, la M.M., non ebbe rivali in ambito nazionale, aggiudicandosi i Campionati Italiani biciclette a motore nel 1924 e 1925, il Record italiano sul chilometro lanciato nel 1924, vincendo 52 gare nel 1925, 50 sulle 70 disputate nel 1927.
La Stella, così denominata per le nervature radiali sul carter, fu tra le prime motobiciclette realizzate. Montava un motore a 2 tempi che veniva venduto anche sciolto, possibilità che a quei tempi costituiva la via più immediata ed essenziale per motorizzare le biciclette. Di semplice ideazione e fattura, questo modello fu ben presto sostituito nelle proposte G.D da altri di impegno costruttivo maggiore dotati di cambio come richiesto dagli appassionati e dal mercato.

Incartatrice automatica Acma 713, 1927
Museo del Patrimonio Industriale, Archivio Fotografico

Nel 1927 con l’incartatrice 713, macchina rapida, semplice e sicura, l’Acma diede avvio al primo processo di automazione bolognese. La ditta, fu fondata 3 anni prima da Gaetano Barbieri, imprenditore e socio di Arturo Gazzoni, per la produzione dell’Idrolitina: una polvere che, sciolta nell’acqua per renderla frizzante e gradevole al gusto, veniva venduta in bustine e confezionata a mano. La 713, con 2700 cartine l’ora, abbatteva i costi, consentiva un esatto controllo della produzione e rispondeva efficacemente alle norme igieniche.
L’assunzione nel 1927 del giovane progettista Bruto Carpigiani (1903-1945) diede un impulso determinante allo sviluppo dell’azienda. Nelle tante testimonianze raccolte il nome di Carpigiani appare sempre come il “mito”, il fondatore, padre ideale di una intera generazione di progettisti tecnici ed imprenditori del packaging bolognese.
Dagli anni 1930, le macchine prodotte furono sempre più flessibili, poco ingombranti e capaci di soddisfare le diverse esigenze dei clienti, consentendo l’espansione verso il commercio estero dall’Europa agli USA.

Tortellinatrice TP 200 Zamboni & Troncon, anni 1950
Museo del Patrimonio Industriale, Archivio Fotografico

Le macchine da pasta e le tortellinatrici in particolare sono stati i prodotti di punta della Zamboni, una delle “palestre” dell’industria bolognese: in essa si sono infatti formati tecnici come Armando Simoni e Otello Cattabriga, padri di OMAS e Cattabriga.
Fondata come Zamboni & Troncon nel 1906, da Luigi Zamboni (1861-1932), già operaio dell’Arsenale Militare, e Giuseppe Troncon, cominciò a produrre macchine da pasta vendute in Italia, Europa ed America del Sud.
Largo successo ebbe la macchina per tortellini che ricevette persino la medaglia d’oro del “Premio Umberto I” nel 1912. Era composta da una raffinatrice per lavorare la sfoglia abbinata alla confezionatrice che la tagliava, posizionava il ripieno per poi dare forma al tortellino riproducendo esattamente l’azione manuale; ma anche una trinciatrice-piegatrice per ottenere pasta di vario tipo e di diverse dimensioni, ed una tagliasfoglia a rulli.
La macchina presente in museo proviene da un pastificio fiorentino che la adoperò tra gli anni 1950-’70 per produrre sino a 15 quintali di pasta al giorno, servendo il buffet della stazione, cerimonie e incontri familiari.

Automobile OSCA Maserati 1600 SP, 1963
Museo del Patrimonio Industriale, Archivio Fotografico

Alfieri (1885-1932), giovanissimo pilota, fonda nel 1914, la Maserati progettando le prime auto e candele d’accensione. Ne seguono le orme i fratelli: Ernesto, progettista dal 1932 di tutti i motori e dei componenti, Bindo, già alla Isotta Fraschini, che si occupa delle relazioni esterne, ed Ettore, impegnato nella costruzione delle candele e poi nella cura delle officine. Le loro auto sportive, curate, originali ed innovative, sia nel disegno della carrozzeria che nelle soluzioni delle componenti meccaniche, sono in grado di imporsi nelle principali competizioni dell’epoca. Negli 1939-’40 la 8CTF 3000 cc. con compressore ottiene una duplice vittoria nella 500 Miglia di Indianapolis. Resta a tutt’oggi la sola automobile italiana ad avere vinto quella classica corsa.
Ceduta l’azienda nel 1937, i Maserati fondano dieci anni più tardi l’Osca (Officina Specializzata Costruzioni Automobili-Fratelli Maserati) che vanta notevoli successi sportivi e record di velocità, sia in ambito automobilistico che nella motonautica, progettando e costruendo dei prototipi di motore per le Gran Turismo Fiat, ma anche per il proprio marchio. Nel 1963 progettano l’Osca SP, vettura da corsa con cilindrata 1600 cc., con telaio a traliccio e sospensioni posteriori a ruote indipendenti ed una carrozzeria aerodinamica, l’ultima auto costruita dai Maserati prima della cessione dell’azienda alla MV Augusta.

Forno Hoffmann, Fornace Galotti, 1887
Museo del Patrimonio Industriale, Archivio Fotografico

La Fornace Galotti “Battiferro” inizia la produzione nel 1887 in un’area, lungo il canale Navile, ricca di argilla di ottima qualità. L’impianto conserva l’antica struttura del forno Hoffmann, di forma anulare e dotato di 16 camere; ognuna di esse comunicava con l’esterno mediante una porta di caricamento mentre i fumi di combustione erano aspirati verso la camera del fumo per essere inviati in esterno alla ciminiera.
Al progetto originario l’ingegnere Celeste Galotti apporta alcune modifiche innovative: bocchettoni del fumo posti sulle pareti esterne, una conformazione della volta particolarmente adatta alla cottura delle tegole piane; utilizzo della carta paglia in luogo dei pesanti divisori in ferro tra una camera di cottura e l’altra.
Sino al 1966, anno della chiusura, vi lavorano per tutto l’anno 250 operai impegnati nelle diverse fasi della lavorazione, dall’estrazione della materia prima alla cottura dei prodotti: tegole, laterizi e marsigliesi.
Negli anni 1980 il Comune di Bologna acquisisce dalla ditta Galotti l’edificio e i terreni circostanti, operando quindi un complesso intervento di conservazione – limitatamente al forno – e di ristrutturazione. Una parte del complesso ospita dal 1997 il Museo del Patrimonio Industriale.

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